Negli ultimi giorni gira un comunicato contro SIAE sugli aumenti della copia privata. Ma è un “mischione” che confonde e alimenta odio ingiustificato. Smontiamolo:
Se hai poco tempo:
1️⃣ Il colpevole non è SIAE → le tariffe le decide il Ministero della Cultura, SIAE fa solo da esattore.
2️⃣ Numeri gonfiati → “+40% sugli smartphone” significa in realtà +0,80 € (da 5,20 € a 6 €).
3️⃣ “La copia privata è morta” ❌ → esistono backup, salvataggi, offline, cloud… non è sparita, è cambiata.
4️⃣ L’IVA non è un trucco → si applica su qualsiasi prezzo, non solo qui.
5️⃣ Non è regressiva → chi compra device top di gamma paga di più, non i redditi bassi.
6️⃣ Confronto fuorviante → dire che la tassa supera il costo di una chiavetta è come dire che la marca da bollo vale più del foglio.
7️⃣ Apocalissi inventate 🌍 → in Francia/Germania i compensi sono più alti e il mercato non è crollato.
8️⃣ La “tassa sul cloud” ☁️ → massimo 2,40 €/mese, meno di 30 €/anno. Altro che “pozzo di San Patrizio”.
9️⃣ Pagano i cittadini? → sì, ma perché le aziende ribaltano i costi, non perché lo decide SIAE.
🔟 Incostituzionale? → Lo dicono senza prove. In tutta Europa il sistema esiste.
👉 Alla fine, lo stesso comunicato ammette che a decidere è il Ministero, non SIAE. E allora perché gettare fango su SIAE per pagine intere?
⚖️ Il vero dibattito dovrebbe essere sul modello di equo compenso. Attaccare SIAE è solo un modo facile per trovare un capro espiatorio.
Se hai piu’ tempo, analisi più approfondita:
1. Il colpevole “comodo”: SIAE
Il comunicato attribuisce a SIAE la responsabilità degli aumenti.
Falso.
Le tariffe della copia privata sono decise dal Ministero della Cultura tramite decreto, non da SIAE.
La Società autori ed editori fa solo da esattore: incassa e ripartisce secondo regole fissate dalla legge.
Prendersela con SIAE significa fare un “mischione” consapevole, alimentando un odio ingiustificato.
- I numeri gonfiati
Si parla di rincari “fino al 40% sugli smartphone”.
Peccato che l’esempio usato sveli il trucco: da 5,20 € a 6 €.
Parliamo di 80 centesimi in più su un telefono che può costare centinaia di euro. Percentuali alte su cifre basse servono solo a far scattare l’allarme, non a raccontare la realtà.
- “Nessuno fa più copie private”
Secondo il comunicato, nell’era dello streaming nessuno copia più nulla.
Ma è davvero così?
In realtà i backup, i salvataggi offline, i passaggi su hard disk e cloud sono più diffusi che mai. La copia privata non è scomparsa: è cambiata forma.
E soprattutto, la legge non guarda al gesto in sé, ma al principio di equità: se un’opera può essere riprodotta facilmente, l’autore deve avere un compenso.
- L’argomento dell’IVA
Altro allarme: “si paga pure l’IVA sul compenso!”.
Certo. Ma si paga l’IVA su tutto ciò che è incorporato in un prezzo.
Non è un difetto della copia privata, è il funzionamento normale del sistema fiscale. Presentarlo come “scandalo” è un artificio retorico.
- Una tassa “regressiva”? Non proprio
Il comunicato sostiene che la tassa colpisce di più i meno abbienti.
In realtà i dispositivi di fascia alta hanno un compenso maggiore.
Quindi l’impatto proporzionale è più pesante sui beni premium che su quelli economici.
Altro che colpire i ceti medio-bassi.
- “Il compenso vale più della chiavetta”
Confrontare il compenso con il costo di una chiavetta USB da pochi euro è fuorviante.
È come dire che la marca da bollo costa più del foglio su cui la incolli: non ha senso. Il compenso riguarda il diritto d’autore, non il valore dell’hardware.
- Apocalissi annunciate
Si paventa un calo delle vendite, fuga all’estero, mercato parallelo.
Eppure in Paesi come Francia e Germania, dove i compensi sono più alti, non c’è stato alcun crollo del mercato tecnologico.
Sono scenari ipotetici usati come spauracchio.
- La “tassa sul cloud”
Il comunicato parla di “pozzo di San Patrizio illimitato”.
In realtà, i numeri dicono altro:
0,0003 € per GB al mese
massimo 2,40 € al mese, cioè meno di 30 € l’anno.
Cifre molto contenute, lontane dai toni apocalittici.
E ricordiamo: il cloud è un supporto di archiviazione a pagamento, usato anche per contenuti protetti. Non è assurdo che rientri nel meccanismo della copia privata.
- “Pagano i cittadini, non le big tech”
Secondo il comunicato, le aziende tech ribalteranno i costi sugli utenti.
Probabile. Ma lo stesso vale per qualsiasi tassa, da sempre.
La contraddizione è evidente: prima si accusa SIAE di “scaricare sui cittadini”, poi si ammette che sono le aziende a farlo. Ma questo non dipende da SIAE né dalla legge: è una scelta commerciale delle imprese.
- La minaccia “incostituzionale”
Si parla di rischio incostituzionalità e incompatibilità UE, senza citare un solo precedente concreto.
Eppure quasi tutta Europa adotta lo stesso sistema.
Una formula ad effetto, senza sostanza.
- Alla fine, la verità esce
Alla chiusura del comunicato, finalmente, si riconosce che a decidere è il Ministero della Cultura, non SIAE.
Ma intanto, per pagine intere, si è costruita la narrazione dell’“ennesima tassa SIAE”.
Un gioco retorico per indirizzare rabbia e indignazione contro un bersaglio sbagliato.
Il comunicato di iConsumatori non è un’analisi, è una campagna.
Gonfia i numeri, usa esempi distorti, paventa scenari catastrofici e soprattutto alimenta un odio verso SIAE che è ingiustificato: SIAE non decide né tassa nessuno, applica una legge dello Stato.
Se il dibattito deve esserci, riguarda il principio stesso dell’equo compenso e la sua applicazione nell’era digitale. Ma scaricare tutto sulla SIAE è un trucco comunicativo, utile solo a trovare un “cattivo” su cui sfogarsi. N.B. IL PRESENTE COMUNICATO DI AIDA NON E’ STATO CONDIVISO CON SIAE ED ESPRIME L’ESCLUSIVA OPINIONE DEI TECNICI DI AIDA.
Il comunicato in questione 👇🏻

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